
Cu nesci, arrinesci (chi esce, riesce)... Il 25 agosto scorso dedicai questo post a questo famoso proverbio siciliano, tanto caro persino ad Agrodolce, esasperato dal cronico immobilismo sociale della mia terra e dalla penuria di serie e dignitose offerte lavorative, soprattutto per i giovani.
Ebbene, ieri ho ricevuto una e-mail da un argentino, che vive in Spagna da tre anni, con origini siciliane. Ecco integralmente la sua testimonianza:
"Nel 2002 ho deciso di lasciare il mio paese per andare in Italia, dove sono rimasto insieme a mia moglie fino a metà 2006. In Argentina mi trovavo in una situazione simile a quella che descrivi nella tua lettera. Mi sono subito sentito molto identificato con le tue parole. É proprio così che mi sentivo quando ero ancora là. Non vedevo assolutamente nessuna via di uscita ed è stato questo che mi ha portato ha prendere quella decisione che ha cambiato la mia vita per sempre.
Quando ti domandi come sarebbe stata la tua vita se tuo padre oppure tuo nonno avrebbero lasciato la Sicilia per farsi un futuro altrove, penso al mio bisnonno. Lui era siciliano, nato a Canicattì e assieme a uno dei suoi fratelli sono andati a principio secolo in Argentina,come tantissimi altri italiani di tutte le regioni. É vero che all'epoca l'Argentina sembrava la terra promessa per tutti quelli che fuggivano della miseria imperante in alcuni paesi europei,ma vivere quella esperienza era molto più duro di quanto si potesse imaginare. Sulla frase Cu nesci, arrinesci, secondo la mia esperienza personale, posso dirti che è vera solo a metà. Le possibilità di progresso sicuramente le trovi se vai in un posto che sta meglio del tuo quindi hai già guadagnato qualcosa, ma bisogna anche valutare ciò che si lascia indietro, cioéla tua famiglia, i tuoi amici, il posto dove sei nato e cresciuto e sopratutto la tua identità.Credimi,un argentino non può essere un argentino al 100x100 in Spagna né un siciliano può essere un siciliano al 100% nel Veneto; ad esempio io abitavo a Conegliano, in provincia di Treviso,e lì hai perso qualcosa di molto importante. Ma oltre a questo grandissimo dilemma, se mi chiedessi un consiglio ti direi: se proprio non sei felice e ormai sei convinto che nella tua terra non c'è né ci sarà per te nessuna possibilità, allora è il momento di fare la valigia”.
E' in atto una rivoluzione nella mia vita. Un po' di pazienza, dunque. Aggiornerò il blog quando avrò l'opportunità di farlo con rinnovata energia ed innovazione, così da premere con audacia il piede sull'acceleratore. A presto.

Per Walter Giannò, uno degli autori del network Blogolandia, è stata una bella soddisfazione scoprire di aver anticipato di almeno 3 mesi la più importante agenzia giornalistica italiana. Sul suo blog (palermo.blogolandia.it) Giannò aveva infatti pubblicato in anteprima una doppia immagine del murales “incriminato”, grazie alla segnalazione anonima di un affezionato lettore.
L’Ansa, accortasi di non avere l’esclusiva, ha dovuto ribattere con un lancio di precisazione, segnalando che “le foto del murales che ritrae il volto del boss latitante Matteo Messina Denaro, dipinto sul muro di cinta dietro la cattedrale di Palermo, sono apparse su un blog il 23 gennaio scorso inserite da uno studente universitario di 27 anni, Walter Giannò”.
L’episodio citato mette in evidenza i meriti degli urban blog, di cui Blogolandia è uno dei rappresentanti più capillari. Si tratta di una struttura che non ha bisogno di intermediari per produrre notizie. I fatti accadono e il cittadino li vive, li percepisce e li racconta. Centosettanta persone, una copertura di quasi 100 comuni e gli importanti contenuti locali sono i pochi ingredienti che fanno di Blogolandia il primo network di urban blog italiano. Ogni blog è dedicato a una sola città o comune d’Italia ed è curato da un cittadino-blogger (giornalista e non) appassionato del proprio territorio urbano che prende il nome di “Sindaco di Blogolandia”.
“Questa nuova fonte e forma di informazione - spiegano gli ideatori del progetto - si pone l’obiettivo di risultare complementare e alternativa ai media classici (carta stampata, televisione, radio), per il fatto di mettere al centro il cittadino e le persone di un territorio, facendo informazione ‘dal basso’, dando loro voce senza dipendere da interessi di parte, dalla politica e dalle restrizioni che altri media inevitabilmente fanno. Oggi possiamo dire di avere centrato l’obiettivo, anche se è ancora presto per dire che siamo un network informativo alternativo. Di fatto però la gente vuole sentire la nostra voce, si avvicina all’informazione dal basso che ci contraddistingue e ci premia. Il blog di Palermo, è giusto dirlo, è forse l’esempio più chiaro di cosa possa fare una bella redazione con una forte volontà e una sana voglia di raccontare la propria realtà”.




Mi preme approfondire il pensiero sulla Parentopoli Siciliana, dopo il post di 5 giorni fa, essendo un argomento che non può non essere protagonista nel blog di un palermitano di mestiere. Ebbene, come si legge su Repubblica, sono emersi altri casi che riguardano lo scandalo che sta travolgendo il sistema politico siciliano (ed era ora). Le ultime segnalazioni fanno capo a Michele Cimino, assessore regionale al bilancio, nel cui gabinetto hanno trovato spazio Pietro Merra, cognato di Gianfranco Micciché (ormai mi è caduto dal cuore), e due suoi cugini, Rino Giglione e Maurizio Cimino.
Sono convinto, innanzitutto, che il clamore sia da ridimensionare per quanto riguarda l'aspetto della novità, perché ogni siciliano sa che è sempre andata così. Alla Pubblica Amministrazione si accede tramite la chiamata diretta del parente o dall'amico politico che ci sta dentro. Alla luce di ciò, magari c'è in corso una vendetta da parte di qualcheduno ch non ha avuto ciò che voleva.
E' stato un immenso bene, comunque, che sia scoppiato lo scandalo di Parentopoli, soprattutto perché è morso dalla rivoluzione copernicana della comunicazione in atto, di cui la blogosfera ne è l'individuazione concreta.
Il danno della vergogna sta, in primis, nel fatto che viviamo in una terra in cui l'articolo 3 della Costituzione è carta straccia: non siamo tutti uguali, ma c'è chi è più uguale dell'altro. Se George Orwell fosse un contemporaneo, vincerebbe il premio Nobel della letteratura per un romanzo ambientato nella capitale politica della Sicilia. Palermo, infatti, non è soltanto una città immobile, che pensa più all'apparenza che all'essere, ma è anche corrotta dalla degenerazione dell'etica politica. L'amministrazione ha perso di mira l'obiettivo del perseguimento del bene comune della città (e di riflesso della Sicilia), essendo un sistema in cui si allocano risorse che rispondono alle questioni di famiglia.
Magari Giuliana Ilarda, la figlia di Giovanni, assessore alla Presidenza della Regione Siciliana, è una ragazza volitiva, promettente, in gamba. Non ce l'ho con lei e la considero una vittima. E' stata, infatti, costretta alle dimissioni, mentre tale opzione doveva essere presa in considerazione del padre, che ha dichiarato di avere commesso una "leggerezza", difendendo i titoli della laureata in discipline artistiche, conoscitrice di due lingue ed esperta d'informatica. Giuliana è stata sacrificata: il capro espiatorio che avrebbe dovuto tacere mettere un punto (e a capo) su Parentopoli.
Però, il silenzio non è calato. Anzi, le orecchie stanno fischiando a molti.
Ed ora ci vorrebbe una risposta coesa e forte soprattutto dai giovani siciliani, uniti per la salvaguardia del proprio futuro e per lottare contro la corrosiva logica della raccomandazione, che uccide la meritocrazia, che annienta la dignità degli homines novi. Se avessi la forza mediatica necessaria, organizzerei una manifestazione di protesta contro l'attuale sistema politico-amministrativo siciliano, facendo confluire in essa tutti coloro che vogliono che davvero le cose cambino nella nostra terra, a prescindere dal colore politico, passando dalle parole ai fatti. Io, infatti, ne ho abbastanza delle solite facce, dei politicanti nostrani, della necessità delle amicizie per vincere la sopravvivenza, degli abusi di potere, ecc. Io non ne posso più che in Sicilia si frigga aria, mentre vige lo strapotere del microcosmo ed il perseguimento dell'interesse privato, calpestando così l'essenza della politica. Insomma, sugnu schifiatu, e non voglio rimanere con le mani in mano.

E’ scoppiato lo scandalo di Parentopoli, che sa di scoperta dell’acqua calda, perché dalla notte dei tempi si sa che per entrare nella pubblica amministrazione siciliana bisogna avere l’amicizia giusta, essere parenti di Tizio, Caio e Sempronio. Il coperchio della pentola è stato tolto dalla Cgil (chi ha peccato scagli la prima pietra). Ed ora sappiamo che Giovanni Ilardi, assessore regionale alla presidenza della Sicilia, aveva (essendosi dimessa) la figlia che era dirigente dell’ufficio del gabinetto del collega Antonello Antinoro, assessore regionale ai beni culturali; sappiamo che Piero Cammarata, il figlio del sindaco, lavora presso una partecipata della Regione; sappiamo che l’ex autista di Gianfranco Micciché, Ernesto Davola, è stato assunto all’assessorato al bilancio; sappiamo che la sorella di Francesco Scoma è impostata con Ilardi ed il cugino omonimo lavora con lui (ufficio di controllo strategico); e sappiamo che ce ne sono molti altri…
In Sicilia, insomma, l’amministrazione pubblica è un fatto privato, una questione di famiglia. I concorsi? Ma che sono? Qui conosciamo solo quelli che servono per vincere i premi alla televisione.
E poi: sei laureato con 110 e lode in Scienze Politiche? Sei laureato in ingegneria, in lettere moderne, in geologia, in beni demoentnoantropologici? E ti sei fatto un mazzo a tarallo per potere camparti gli studi? Ebbene, caro dottore siciliano, hai perso tempo e denaro, perché in questa nostra terra raccomandata non conta il merito, non conta se sei un giovane valido e di belle speranze, ma il cognome...
Il dramma è che parentopoli non è di certo una novità, anzi. E per di più siamo sadici, perché quella gente lì è la stessa che votiamo e rivotiamo: coloro che ci amministrano hanno sempre le medesime facce. Insomma, la colpa è anche nostra. Votiamo non chi potrebbe perseguire il bene comune, bensì chi potrebbe soddisfare il nostro interesse privato, chi potrebbe sistemarci o impostare nostro figlio, nostro cugino, nostra moglie. Qualunquismo? Macché! Un esame di coscienza, please. Noi siamo vittime della concezione clientelare della politica, che appoggiamo con il nostro consenso al momento delle elezioni.
P.S.: La mia partecipazione politica all'attuale centrodestra siciliano è seriamente in discussione.



L’assessore regionale al Lavoro, Carmelo Incardona, ha incontrato una delegazione dei lavoratori del call center Alicos di Palermo, guidata dai responsabili di Cgil, Cisl e Uil aziendali e di categoria. Alicos, società per il 60% di proprietà di Almaviva e per il 40% di Alitalia, fornisce servizi alla clientela alla compagnia di bandiera. Lo stato di crisi di Alitalia, che ha un debito con Alicos di svariati milioni di euro, allarma i 1.500 lavoratori sulla continuità aziendale e, quindi, sulle prospettive occupazionali.
“Ho già scritto - ha detto Incardona ai lavoratori - al presidente del Consiglio Berlusconi e ai ministri dei Lavoro e dei Trasporti, al commissario straordinario di Alitalia Fantozzi per porre la questione del futuro del call center Alicos”. Per Incardona “il preoccupante evolversi degli scenari rischia di coinvolgere anche i lavoratori di questa importante realtà occupazionale che è strategica nelle politiche commerciali della compagnia, perchè gestisce il principale canale di vendita della azienda”. “La Sicilia - dice l’assessore - non può permettersi di vedere svanire 1.500 posti”.
”Si è parlato tanto, e giustamente, del destino dei lavoratori del call center della Magliana, ma mai - ha aggiunto l’assessore al lavoro della Regione Sicilia- di quelli di Alicos. Non possiamo essere sempre trattati come figli di un dio minore. Per questo- ha concluso- ho segnalato al Governo nazionale questo problema e creare le condizioni, con la nascita della nuova compagnia, per confermare, ed anzi rafforzare, il ruolo e l’organico del call center palermitano”.
“Meglio falliti che in mano ai banditi” si leggeva ieri in qualche cartellone a Fiumicino. Ma non è meglio un lavoro anziché la disoccupazione?
Ieri ha vinto il ricatto della casta dei piloti e l'arroganza della Cgil, sindacato a servizio della politica dell'opposizione, strumento di partito, indegno rappresentate degli interessi dei lavoratori. Naturalmente alcuni membri del Partito Democratico stanno usando il fallimento di Alitalia per attaccare Silvio Berlusconi. Lo ha fatto Fassino ieri sera durante la trasmissione di Bruna Vespa, lo ha fatto Pierluigi Bersani, il quale ha dichiarato che "se siamo arrivati fin qui Berlusconi non cerchi colpevoli. Il colpevole è lui". Un altro del PD, tuttavia, ha sostenuto che "hanno perso tutti. Per l'Italia è un altro passo in giù. Non c'è niente da applaudire e niente di che rallegrarsi. Ora c'è da tenere solo i nervi saldi" (Enrico Letta).
Nulla, comunque, sembra definitivamente perduto: Lufthansa ha dichiarato di essere pronta ad evitare il fallimento di Alitalia: "noi siamo pronti, attendiamo il Governo". A prescindere da come andrà a finire, di certo cambieranno gli equilibri ed i rapporti tra i sindacati, perché è evidente che ci sia in atto una rottura tra la Cgil ed il trio Cgil-Uil-Ugl. Se fosse stato per questi ultimi, oggi la notizia sarebbe stata ben diversa. Ma la Cgil ha voluto fare la voce grossa, mettendo in campo tutta la sua politicità, rinnegando gli elementi fondamentali del sindacato, cioé il dover essere estraneo ai discorsi politici e il concentrarsi esclusivamente sull'interesse dei lavoratori, soprattutto sulla salvaguardia del loro posto di lavoro.

Eppure, Palermo è la quinta città più grande d’Italia ed ha un’area metropolitana che raggruppa più di un milione di abitanti.
Dove sta il problema? Ecco le solite risposte, anche quelle banali: